I ragazzi del rugby La Plata

Questa storia la conosco bene. Sono stata qui, a La Plata, tre anni fa, per documentarmi: per vedere i luoghi, ascoltare i sopravvissuti, come il grandissimo Raul Barandiaràn, e i famigliari delle vittime (figli, fratelli, vedova), gli amici, un paio di colleghi di importanti testate sportive argentine, i compagni di squadra nonché i dirigenti del club. Poi, con l’arrivo di altri urgenti impegni, il fallimento della mia casa editrice, qualche ripensamento personale, il progetto è finito in stand by. Ma so che prima o poi lo riprenderò in mano.

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E’ la fine degli anni Settanta. La junta militar dei generali Videla, Massera e Agosti, salita al potere con un golpe nel 1976, sta mettendo in atto una violentissima repressione contro tutti gli “oppositori” politici nel Paese (e in tutta l’America Latina, vedi il Plan Condor) Un’operazione che in Argentina, prima della junta, era stata attuata dal chiacchierato Josè Lopez Rega, ministro-stregone-massone del governo di Juan Domingo Peron e della seconda moglie, Maria Estela Martinez, con la sua organizzazione paramilitare di ultradestra, Triple A, la Alianza anticomunista argentina autrice di massacri, come quello all’aeroporto di Ezeiza, e di attentati contro gli oppositori di Peron.

A sparire nel nulla, dopo essere stati sequestrati da squadre di militari, sono politici di professione, militanti di partiti rivoluzionari di sinistra, sindacalisti, intellettuali, insegnanti, studenti e, perfino, sportivi. Maratoneti (come Miguel Sanchez, scomparso nel 1978: la sua storia è stata riportata alla luce dal mio amico e collega Valerio Piccioni), hockeysti, calciatori (celebre è la vicenda del portiere dell’Almagro Claudio Tamburrini, detenuto tra il 1977 e il 1978 al centro di detenzione clandestino Mansion Serè e fortunatamente riuscito a fuggire insieme ad altri tre detenuti: la sua incredibile storia è stata raccontata nel film “Cronica de una fuga: Buenos Aires 1977” di Israel Adrian Caetano), tennisti, giocatori di pallacanestro, ma soprattutto, rugbysti. Nel giro di due anni la furia cieca di Videla e degli altri generali che con lui compongono il famigerato “triumvirato”, decimano un intero club bonaerense, quello universitario de La Plata, un’ordinata cittadina a poche decine di chilometri da Buenos Aires. Cinque giocatori, tutti del primero equipo, della prima squadra, tutti amici tra loro, tutti (o quasi) studenti di architettura appartenenti ad un piccolo partito comunista marxista leninista, il Pcml, spariscono uno dopo l’altro. E insieme a questo gruppetto, svaniscono le compagne, le mogli (una, incinta, verrà liberata un mese dopo), le amiche con cui condividevano la lotta politica.

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Solo uno di questi cinque giovani rugbysti verrà ritrovato. Il suo corpo senza vita affiorerà nel 1978 nel rio Jujàn: ha le braccia legate dietro alla schiena e un peso ai piedi. Si suppone che sia stato gettato in mare in uno dei tanti voli della morte.

La Plata rugby è stato il club che ha registrato il maggior numero di sparizioni in tutta l’Argentina (17, considerate tutte le categorie). Di questa storia si è scritto per la prima volta qualche anno fa, in Argentina. A farla riaffiorare (dapprima in un articolo e poi in un libriccino reperibile solo in lingua spagnola) è stato il giornalista di Pagina 12, Gustavo Veiga, che ho avuto la fortuna di conoscere, a Buenos Aires, stupito che nella sede del club La Plata non ci fosse nemmeno un omaggio o un ricordo dei cinque rugbysti desaparecidos. Proprio grazie all’investigazione di Veiga è stato realizzato questo documentario.

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“La linea d’ombra: il sottile confine tra crimine e follia”. Domani a Padova dialogo a due voci con lo psichiatra Angelozzi

Domani alle 18 sarò a Padova (sala polivalente in via Santa Maria Assunta n.35, zona Bassanello) per dialogare con il dottor Andrea Angelozzi, primario di psichiatria all’ospedale All’Angelo a Mestre (Ve), intorno al tema “La linea d’ombra: il sottile confine tra crimine e follia”. Organizza l’associazione Filotekne.

“La linea d’ombra: il sottile confine tra crimine e follia”. A Padova dialogo a due voci con lo psichiatra Angelozzi

Sabato 29 novembre alle 18 sarò a Padova (Fornace Carotta, via Siracusa 61, zona Sacra Famiglia) per dialogare con il dottor Andrea Angelozzi, primario di psichiatria all’ospedale All’Angelo a Mestre (Ve), intorno al tema “La linea d’ombra: il sottile confine tra crimine e follia”. Organizza l’associazione Filotekne. Per partecipare è necessario prenotarsi entro il 27 novembre scrivendo una mail a: associazionefilotekne@gmail.com oppure un messaggio sulla pagina facebook di Filotekne

Il boss Galatolo e le tranquille vite dei mafiosi in Veneto

Forse non tutti lo ricorderanno ma Vito Galatolo, il superpentito di Cosa nostra che ai giudici di Palermo sta rivelando i segreti dell’organizzazione oltre ai dettagli dell’attentato contro il giudice Nino Di Matteo e all’identità di coloro che – pure soggetti esterni alla mafia – stanno dietro al progetto, era stato arrestato a Mestre, nel giugno scorso.

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L’ex boss dell’Acquasanta-Arenella detto u’ piciriddu, 41 anni, figlio di Vincenzo Galatolo il capo del gruppo di fuoco che sterminò il giudice istruttore Rocco Chinnici, il segretario del Pci Pio La Torre, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il commissario Ninni Cassarà e tanti altri servitori dello Stato –, da due viveva indisturbato nella terraferma veneziana, a pochi passi da piazza Ferretto, con la moglie e i tre figli. Casa sua era al quinto piano del condominio Tiziano, al civico 21 di via San Pio X, proprio sopra lo sportello della Credem.

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Galatolo, arrivato a Mestre da Palermo nel 2012 a seguito della scarcerazione per fine pena, e con in tasca un divieto di dimora, ufficialmente lavorava come operaio manutentore in una ditta del Tronchetto, “luogo di traffici e presenze criminali già documentate”, come l’ha definito il presidente dell’Osservatorio Ecomafie del comune di Venezia, Gianfranco Bettin. In apparenza un insospettabile, tutto lavoro e famiglia, che periodicamente si recava nella sua Palermo e, con la scusa di seguire i processi in corso, si incontrava con gli altri capimafia. Inoltre, dal capoluogo siciliano riceveva cassette piene di pesce e – ne sono convinti gli inquirenti – di soldi, provento del pizzo e degli altri affari illeciti del clan. Soldi che Galatolo avrebbe provveduto a ripulire per bene nella tranquilla località che lo ospitava. Anche attraverso le scommesse calcistiche.

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Mestre pare essere uluogo molto apprezzato dalla cosca dell’Acquasanta: nell’aprile dell’anno scorso l’arresto di un altro soggetto, il presunto prestanome dei Galatolo Giuseppe Corradengo, ex operaio divenuto “re” della coibentazione, aveva messo in luce i suoi lunghi tentacoli avviluppati su Porto Marghera, oltre che sulla vicina Monfalcone. E sui loro cantieri navali. Corradengo con la Euro coibenti srl si era infatti aggiudicato gli appalti per la coibentazione in lana di vetro delle cabine delle navi. E al porto veneto ci aveva lavorato fino al febbraio 2012, quando l’azienda era stata messa in liquidazione.

La presenza di Cosa nostra, specialmente tra le province di Venezia e Padova, non è cosa di oggi, dunque. Nè può essere considerata casuale visto che proprio a Padova ancora abita il terzogenito di Totò Riina, Giuseppe Salvatore. Arrivato nel capoluogo del Santo per rifarsi una vita – così ha sempre sostenuto -, lavora in una cooperativa per il reinserimento degli ex detenuti ed è sottoposto al regime di sorveglianza speciale.

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Perchè Mestre e dintorni? Perchè Padova? Perchè il Veneto? Forse perchè qui, nonostante la pesantissima crisi, l’ambiente economico rimane più florido e dunque più accattivante di quello siciliano.

Considerato poi che Cosa nostra pare essere attualmente la meno forte tra le organizzazioni mafiose, ci si augura che tutto questo movimento non conduca ad una nuova spartizione del territorio settentrionale. Come dire, in Lombardia comanda la ‘ndrangheta, in Veneto Cosa nostra.

Nero petrolio, un documentario da rivedere

Nero petrolio, il documentario di Roberto Olla (2010) Clicca per vederlo

Pierpaolo-PasoliniLa storia del petrolio italiano passa per la morte di Pier Paolo Pasolini. E non solo.

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C’è una linea nera che attraversa tutto il novecento e risale al 1923 quando il principe Caetani, ambasciatore fascista a Washington, torna in Italia con il filmato “The history of petroleum”, una pellicola che spiega la potenzialità dell’oro nero.

Giacomo Matteotti capisce cosa sta accadendo ed è pronto a sferrare un attacco di tipo nuovo al fascismo. Riesce a procurarsi i documenti per dimostrare la corruzione del regime che ha letteralmente venduto il mercato petrolifero nazionale ad una di quelle che Enrico Mattei chiamerà, nel 1945, le “sette sorelle”.

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medium-110326-165515-to030709sto-0032-jpg_153513Trascorrono gli anni, l’era dell’Eni di Mattei, il giornalista De Mauro viene ucciso mentre sta indagando sui traffici attorno all’oro nero e sull’attentato contro Mattei. Pasolini viene ucciso mentre sta scrivendo la “summa” di tutti i romanzi, secondo le sue intenzioni, “Petrolio”, un libro per il quale prevedeva almeno 2000 pagine. Poco prima, sul Corriere della Sera aveva dichiarato: “Io so. Ma non ho le prove”. Nei mesi che precedono il suo assassinio, quanto era arrivato vicino a prove e testimonianze?

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